Il Corriere – The Mule

Written by on 16 Febbraio 2019

Clint Eastwood ha 88 anni. Il 31 maggio prossimo ne compirà 89. Non lo vedevamo al cinema da un po’, e quegli anni in più che ha addosso si vedono tutti.

È ancora più segaligno, un po’ più ingobbito, i movimenti sono più lenti e il ringhio del suo parlare è diventato più morbido, strascicato. Anche i suoi occhi, e il suo cinema, possono apparire velati: sono capaci, però, della stessa scintilla di sempre, sia nella rabbia che nel dolore.

Quella di Leo Sharp, che in Il corriere – The Mule è diventato Earl Stone (un nome da duro, un nome quasi western) era una storia che sembrava fatta apposta per il cinema di Eastwood, che da decenni ci ha abituato al racconto di eroi crepuscolari, disassati rispetto ai tempi che stanno vivendo, spesso sconfitti o destinati alla sconfitta, i cui sentimenti purissimi emergono miracolosi e pungenti come cactus nel deserto arido dei loro errori e delle loro solitudini.

Nel personaggio di Earl Stone, il vecchio Clint mette tutto sé stesso, e tutto il suo cinema, raccontandolo come un simpatico figlio di puttana che ha messo per tutta la vita il suo lavoro (e le convention, e i viaggi, e la vita salottiera) davanti alla sua famiglia, e che ne ha pagato caro il prezzo; di un anziano forse un po’ senile, per il quale “internet rovina tutto”, e tutti quelli più giovani di lui sprecano la loro esistenza curvi sui loro smartphone, e che si fa bello della sua scorrettezza politica, nei gesti e nel linguaggio.


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