“Klavírní Temná”: tutta l’oscurità del dare alla luce di Emika.

Written by on 28 Febbraio 2020

Partiamo innanzitutto dalle parole: klavírní in ceco vuol dire pianoforte. Temná sta per oscuro. Dílo, invece, significa pezzo o composizione. Si tratta della lingua della madre di Emika, musicista, cantautrice, dj, produttrice e sound designer inglese ma con base a Berlino. Che, dismessi i suoni trip hop e dubstep, torna per un album alle sue origini di pianista classica: lo fa con il seguito ideale di quel “Klavírní” che, nel 2015, ne svelò il lato più intimo. Lo si capisce già dal titolo, “Klavírní Temná”, e dalla divisione delle 14 tracce in dílo. Che, persino numericamente, proseguono il discorso.

Il disco scaturisce da un momento complesso per l’artista: essere incinta. Uno stato che, se da un lato provoca in Emika un grande stimolo creativo, dall’altro la pone di fronte a una paura altrettanto enorme: quella, una volta diventata madre, di perdere la propria identità e faticare a pensarsi come artista. Il sospetto è che nasca proprio da ciò l’esigenza di tornare alle proprie radici classiche, in un viaggio a ritroso nel proprio percorso musicale.

Un’inquietudine magistralmente tradotta nell’atmosfera che pervade questo “Klavírní Temná”, attraverso un pianoforte di infinita e fragile bellezza. Un racconto fatto di improvvisazioni sempre sul punto di rivelare qualcos’altro, con quel sospetto di glitch che aleggia nell’aria. Una menzione particolare meritano l’incedere vagamente funebre di “Dílo 21”, capace di aprirsi in un crescendo quasi gioioso per poi tornare sui suoi passi; l’assoluta purezza in tutta la sua perfezione di “Dílo 23”; lo struggente rompersi su sé di “Dílo 27”. Il disco contiene una dedica: “A Silvy che lo ha ascoltato per prima dall’interno”. Un omaggio alla figlia da poco nata, a riprova che tutto è andato come doveva.


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